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Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - Comitato Udine | Trekking del Ricordo a Udine, con l’ANVGD
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Trekking del Ricordo a Udine, con l’ANVGD

Dic 07 2020

Trekking del Ricordo a Udine, con l’ANVGD

Sabato 11 maggio 2019 si è ripetuta, come per l’anno precedente a Udine, la Camminata del Ricordo con visita d’istruzione commentata a sculture e monumenti che coinvolsero gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.  In questo percorso di circa due chilometri, si sono scoperti i principali luoghi dell’ esodo giuliano dalmata nel capoluogo friulano con testimonianze in lingua italiana, friulana e dialetto istro-veneto. Centomila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, in fuga dalle violenze titine della seconda guerra mondiale, sono stati accolti in questa città dopo l’annessione di quelle terre alla Jugoslavia fino ai primi anni ‘60. Gli oltre 40 partecipanti sono così venuti a conoscenza di una brano di storia poco noto, con racconti, vicende e testimonianze di quel periodo. L’evento organizzato all’interno della “Setemane de Culture Furlane” della Società Filologica Friulana in collaborazione con dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. C’è stato, inoltre, il prezioso supporto dell’Associazione Insieme con Noi e del Gruppo parrocchiale di S. Pio X, area dove funzionava il Centro smistamento profughi più grosso d’Italia.

Udine, Loggia del Lionello, partenza del Trekking del Ricordo 2019. Parla Elio Varutti accanto a Bruno Bonetti. Foto di Giorgio Gorlato

Ha fato da cicerone il professor Elio Varutti, vicepresidente dell’ANVGD di Udine, portando i saluti di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio. “Abbiamo iniziato nel 2017 a proporre questo tipo di attività fisica e culturale in parrocchia – ha detto Varutti – poi il Trekking ci è stato richiesto dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti del liceo classico “J. Stellini”, così sono state accompagnate quattro classi nel 2018 e nel 2019 in occasione del Giorno del Ricordo, con grande interesse degli studenti, ben preparati dai loro professori”.

Nelle varie stazioni dell’originale percorso hanno preso la parola anche alcuni esuli e loro discendenti. Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, ha riferito che “La mia famiglia ed io siamo scappati da Fiume alla fine del 1944 per la paura dei partigiani di Tito che hanno preso e messo al muro mio padre a Tersatto, dove era andato a insegnare alla scuola elementare, per prendere le famose Mille lire al mese; i partigiani lo presero e lo misero al muro per fucilarlo con tanti altri italiani, ma fu salvato dal papà di un suo alunno”.

Una particolare e sconosciuta forma di esodo di italiani dalla Dalmazia, del 1920-1931, è stata riportata da Bruno Bonetti, segretario dell’ANVGD di Udine. “Alla fine della Prima guerra mondiale – ha detto Bonetti – tutta la Dalmazia, tranne Zara, fu assegnata al Regno serbo croato sloveno. La comunità italiana di Spalato, la più forte e organizzata della regione, era largamente minoritaria e pari al 15% circa della popolazione; ma aveva nelle sue mani le principali attività produttive, industriali e commerciali della città. Analogamente con quanto sarebbe successo ad opera del fascismo al di qua del confine, dopo la presa del potere, i croati incominciarono ad accanirsi contro i dalmati italiani. Le vetrine dei loro negozi venivano fracassate e squadre di picchiatori aggredivano chi rivendicava i diritti della minoranza. Le persecuzioni si intensificarono nel 1928, quando le lotte interetniche sconvolsero il regno serbo croato sloveno, e dopo il colpo di Stato del 1929, quando re Alessandro avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi e cambiò il nome dello Stato in Jugoslavia, portando avanti un programma di assimilazione forzata di tutte le differenze culturali dei popoli che lo componevano.

Fu così che il cementificio Gilardi & Bettiza di Spalato, la più importante industria della città, fu ceduto il 25 marzo 1929 alla famiglia croata Ferić. Quanto ai Gilardi, lo stesso anno dovettero ritirarsi a Zara, che era terra italiana, ignari che di lì a poco, nel 1943-1944, li avrebbe aspettati un nuovo esilio”. Ha parlato di Zara e della fuga dei suoi parenti, nel 1943, la signora Maria Ivolina in Tentor, quando raggiunsero Trieste affannosamente e “alla stazione ferroviaria, salirono sul primo treno in partenza; era quello per Udine”.

Udine, in mezzo alla scultura di Michele Piva, intitolata Sestante. Foto di Giovanni Doronzo

Le tappe del Trekking

A Udine la camminata con il pubblico, molto interessato ai fatti storici del territorio, si è svolta da piazza Libertà, la antica piazza Vittorio Emanuele II, dove giunsero il 1° maggio 1945 le camionette dei neozelandesi per liberare la città dai nazifascisti.

a) I tre leoni marciani di piazza Libertà erano “consolazione per gli esuli”, come diceva Silvio Cattalini, esule da Zara e presidente ANVGD di Udine dal 1972 al 2017, perché ricordavano i leoni d’Istria, Quarnero e Dalmazia. Poi: Loggia del Lionello, su iniziale progetto di Bartolomeo Costa Sbardilini da Capodistria, detto delle Cisterne, proseguita dall’orafo Lionello. L’origine della loggia risale al 24 gennaio 1441, quando “in pleno consilio” venne proposta la costruzione di un nuovo palazzo comunale. Bartolomeo Costa Sbardilini, genero di Giovanni da Udine, progettò la ricostruzione del Duomo di Cividale del Friuli, che era stato distrutto dal terremoto del 1448, il battistero e il campanile del Duomo di Udine. Diresse i lavori di costruzione della Loggia del Lionello in Udine.

Un leone veneziano si trova sopra l’Arco Bollani, costruito nel 1556 su progetto di Andrea Palladio, sulla salita per il colle del Castello. Questo terzo leone della piazza ebbe un’esistenza travagliata, forse perché il più imponente. Esso ha però un collegamento diretto con i leoni di Dalmazia. Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi.

b) Sestante (1999), scultura in ferro di Michele Piva (Fiume 1931 – Udine 2013), piazza Belloni. poi si è parlato della Confraternita di S. Girolamo degli Schiavoni, Udine. Sorta agli inizi del 1300, ha la sede in Porta Ronchi. Trasferita nel 1480 nel convento di S. Francesco (ora Via Beato Odorico da Pordenone) fu ancora spostata in Contrada di Boros, attale via S. Francesco, nella casa d’angolo opposto a quello dell’Oratorio della Purità. Forse era detta Contrada di Boros (o “des Boris”, o “des Bores”) perché, per fluitazione lungo la roggia giungevano in città “lis boris”. Una “bore” era un rocchio di faggio della lunghezza di cinque piedi, o metà, per ardere (Il Nuovo Pirona).

Traguardo della Camminata del Ricordo 2019 nel cortile dell’ex Centro smistamento profughi di via Pradamano, oggi scuola ‘E. Fermi’. Foto Associazione Insieme con Noi

La confraternita, composta da “forensi” in prevalenza slavi, aveva un piccolo ospizio. Gli statuti redatti tra il 1452 e il 1475, tra le varie, contengono una disposizione per la quale i confratelli erano obbligati anche se nell’Ospizio non ci fosse stato alcun degente, di recarsi presso i confratelli ammalati nella città e dintorni, per assisterli e confortarli secondo gli ordini del Cameraro (amministratore), pena una multa di “1 L(ibbra) di olio” per illuminazione. Il cameraro era “Maistro Iacomo de Loch”, ossia dall’attuale Škofja Loka, sopra Lubiana a 35 km di distanza.

Verso la fine del Cinquecento la confraternita fu incorporata in quella di S. Maria della Misericordia. La proprietà dell’ospizio passò ai fratelli Alfonso e Giuseppe Asquini e, nel 1691, alla contessa Margherita di Prampero. Nel corso del Settecento la casa subì dei rimaneggiamenti e fu trasformata in locanda a fine secolo. Nel 1935, per lavori di allargamento di Via S. Francesco, si rese necessaria la demolizione di una parte di tale casa, che guardava verso l’Oratorio della Purità. Nel 1940 l’avvocato Anton Urbanc pubblicò a Lubiana in lingua slovena, pur con alcuni errori di carattere filologico, il testo dello Statuto della Confraternita, premettendovi uno studio di stampo giuridico e storico tendente a dimostrare che detto Statuto che, per gli sloveni, potrebbe rappresentare il più antico documento di storia del diritto assicurativo, contenga i primi germi delle moderne assicurazioni. (G.B. Corgnali, «Ce Fastu?», 1940).

c) Chiesa della Beata Vergine del Carmine. Celebrati qui centinaia di matrimoni di esuli del CSP di via Pradamano nel 1953-1956. Il convento dei frati Carmelitani e la chiesa della B.V. del Carmine ebbero origine in via Aquileia nel Cinquecento; la chiesa fu consacrata nel 1525. La famiglia dei frati carmelitani rimase fino al 1770, quando un decreto della Repubblica veneta deliberò che venissero soppresse alcune corporazioni religiose quando fossero formate da meno di 10 componenti; i Carmelitani di Udine dovettero abbandonare il loro convento e trasferirsi a Venezia.

Vi subentrarono i Frati Minori Conventuali di S. Francesco, che lasciarono il loro convento e la chiesa per la costruzione del nuovo Ospedale di Santa Maria della Misericordia. Con sé portarono nella Chiesa del Carmine l’urna con le spoglie del Beato Odorico da Pordenone (sarcofago di Filippo De Santi del 1331) e la devozione a S. Antonio da Padova. I Francescani rimasero fino al 1806, quando per le leggi napoleoniche numerosi conventi udinese furono demanializzati, compreso quello di via Aquileia. Odorico da Pordenone, al secolo Odorico Mattiussi o Mattiuzzi (Villanova di Pordenone, tra il 1265 ed il 1270 Udine, 14 gennaio 1331), è stato un presbitero e religioso italiano dell’Ordine dei Frati Minori; evangelizzò in Oriente, fino in Cina e fu beatificato nel 1755. Suoi miracoli sono attestati nel Trecento a Pirano, Parenzo e Isola d’Istria.

d) Parco Vittime delle Foibe, del 2010, via Bertaldia angolo via Manzini. Cippo con targa in ricordo delle Vittime delle foibe. Nel 2019 ha ricevuto dal Comune di Udine la nuova intitolazione di Parco Martiri delle Foibe, non senza subire alcuni deprecabili atti di vandalismo, accaduti per la prima volta in città.

e) Centro smistamento profughi di via Pradamano, 1945-1960. Di qui passarono in fuga dalle violenze titine oltre 100 mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, per essere sventagliati in oltre 140 campi profughi d’Italia (fonte: Guido Rumici). Lapide del Comune di Udine del 2007.

Elio Varutti intervista Maria Ivolina in Tentor sulla fuga dei suoi parenti da Zara verso Trieste e Udine. Foto di Giorgio Gorlato

Cenni bibliografici

G. Rumici, Catalogo della mostra fotografica sul Giorno del Ricordo, Roma, ANVGD, 2009.

Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Anche nel web.

Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Fotografie di Giorgio Gorlato, Giovanni Doronzo e dell’Associazione Insieme con Noi, che si ringraziano per la gentile concessione alla pubblicazione. Ricerche d’archivio all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 (in fase di trasloco in Via Aquileia) – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

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